Quante volte le nostre nonne ci hanno messo in guardia riguardo i tanto temuti “mali di stagione” come tosse, mughetto o – ancora peggio – orecchioni?
Quante volte le abbiamo sentite ripetere che l’aria aperta è fondamentale per curare problemi respiratori, che la medicina popolare è un toccasana o consigliarci chissà quale metodo o intruglio per curare il mal di gola? Potrebbero sembrare un po’ al di fuori dal tempo, ma sono tutti rimedi validi. Eccone alcuni veramente impensabili!

Come veniva curata la tosse?
Per il trattamento della tosse si usavano diversi metodi: alcuni magici, altri naturali (tuttavia gli uni non escludevano gli altri). A Meggiano, la madre del bambino doveva recarsi ad attingere acqua da sette fontane – “le sette acque” – con la quale, oltre a farla bere, lavava il bambino. Un altro metodo consisteva nel “far cambiare aria” all’infante portandolo ad una quota più elevata possibile: si credeva, infatti, che l’aria pura di montagna avrebbe favorito la guarigione. Le madri di Castel San Felice, invece, usavano portare i loro bambini nelle locali pinete a respirare l’aria balsamica dei pini d’Aleppo che, secondo un’antica tradizione, furono piantati dai santi Felice e Mauro.
Un rimedio “felino” per sconfiggere il mughetto
In Valnerina, per la cura del mughetto, si usava passare nella gola del bambino la coda di una gatto. Per comprendere il perché di questa tradizione felina, a nostro avviso, occorre scavalcare gli incerti ricordi degli attuali informatori e ricorrere alla relazione tra streghe e gatti. Come nel caso del malocchio, che può essere neutralizzato se l’autore del medesimo tocca la vittima, nel caso della strega si ottiene lo stesso risultato usando un “sostituto” della temuta maliarda. In quest’ottica, il gatto si presta ottimamente a questo scopo dal momento che è l’animale prediletto per le metamorfosi stregoniche: il risultato della stregoneria (in questo caso il mughetto) si trasferisce magicamente dal giovinetto al gatto.
Metodi tradizionali contro gli “orecchioni”
Per curare gli orecchioni si fasciavano le guance del bambino mettendo a contatto la pelle dell’infante con la lana di pecora non lavata, meglio se proveniente da un ovino di colore nero. La fasciatura veniva mantenuta in loco per cinque giorni. A Fogliano, oltre alla lana di pecora, si usava legare alle guance dei bambini piccole pezze intrise di sugna di maiale previamente scaldata al fuoco. A Scheggino, invece, per curare gli orecchioni, la tradizione consigliava di versare negli orecchi del bambino qualche goccia di latte materno, o comunque di donna.
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