Un tuffo tra “bigunzi” e “cupelle“
In Valnerina, quando l’acqua non arrivava in casa si andava ad attingerla presso il fontanile più volte al giorno. Di questo compito erano incaricate soprattutto le donne le quali portavano, in equilibrio sulla testa, la conca di rame deposta sul cercine di stracci (la roccia). Per gli approvvigionamenti in maggior quantità si caricavano sull’asino capaci recipienti in legno (bigunzi) o bariletti detti “cupelle“. Il fontanile diventava, dunque, un punto di ritrovo per le donne, cui era affidato il trasporto dell’acqua, e specie per le fanciulle che avrebbero potuto incontrare i loro coetanei. In mancanza del fontanile, i luoghi naturali presso i quali le donne si recavano ad attingere l’acqua erano i corsi d’acqua di cui ogni angolo di Valnerina è estremamente ricco. Vi è da ricordare, innanzitutto, che in genere ci si recava presso un ruscello per risciacquare i panni (reschiara’) dopo aver effettuato l’operazione di lavaggio vero e proprio (la liscia’), durante il quale si utilizzava acqua bollente e cenere.

Come venivano lavati gli abiti in antichità?
Nei borghi in cui i corsi d’acqua erano distanti, per permettere alle lavandaie di poter svolgere il loro lavoro quando il tempo e la stagione rendevano problematica la sosta all’aperto, esisteva il lavatoio pubblico, alloggiato in una costruzione apposita o nelle soluzioni architettoniche più antiche, addossato alle mura, ma comunque coperta da un tetto. Il lavatoio era munito di una serie di vasche comunicanti tra loro. Di norma, vi erano tre vasche adibite una al primo lavaggio dei panni, una al secondo ed una per il lavaggio finale durante il quale si utilizzava acqua limpida. Per evitare che l’acqua del primo lavaggio contaminasse quella contenuta nelle altre vasche, prima di compiere l’operazione seguente, si toglieva il tappo che permetteva all’acqua di defluire all’esterno senza tracimare dalle vasche.

San Giovanni Battista ed il ritorno dalla Transumanza
Specie nelle bella stagione, l’afflusso delle donne presso i lavatoi era notevole sicché, come avveniva per l’utilizzo del forno pubblico, ci si metteva d’accordo in modo da stabilire dei turni. La presenza degli uomini presso i fontanili sarebbe stata vista come un vero e proprio intralcio poiché il lavaggio dei panni era un’incombenza prettamente femminile, se si esclude i sommari lavaggi a cui i pastori, impegnati lontano da casa nelle transumanze stagionali, sottoponevano le loro vesti. “Pe San Giovanni ‘rriano li panni”, recitava un vecchi detto per dire che in occasione della festa del Battista, data in cui gli uomini facevano ritorno alla transumanza, nei rispettivi paesi arrivavano i panni sporchi.

Il sapone fatto in casa
L’antico metodo utilizzato per lavare i panni ( fa la bucata) consisteva nel disporre la biancheria in un grosso mastello (tina) costruito con doghe di legno di faccio o castagno, munito in basso di un foro per il deflusso delle acque. Sopra il mastello, che aveva un diametro di circa 80 cm ed un’altezza di 50 cm), si tendeva un’ampia pezza di canapa, sul quale si versava la liscia, ossia acqua fatta bollire insieme alla cenere. Trascorso un tempo sufficiente, si faceva defluire l’acqua dal foro del mastello. I panni sottoposti all’azione della “liscìa” venivano portati presso il lavatoio per il risciacquo finale, preceduto dalla pulitura mediante sapone delle parti più sporche. Il sapone era un prodotto autarchico, ricavato facendo bollire a lungo ossa, scarti e grasso assieme alla soda. Avvenuta la saponificazione, il sapone ancora liquido veniva filtrato in una forma di legno e, una volta solidificato, veniva tagliato a pezzi rettangolari. Per correggere l’odore, piuttosto grasso, si usava aggiungere rametti di lavanda

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