Molti dei mestieri tradizionali che hanno caratterizzato , a partire dal primo Medioevo , la società rurale della Valnerina sono scomparsi nell’età contemporanea in seguito all’avvento selvaggio della civiltà delle macchine. Pochissime, invece, le professioni sopravvissute allo sviluppo della tecnologia industriale: delle altre restano soltanto la memoria nella tradizione orale e nella documentazione scritta. Un patrimonio di sapienza e maestria frutto della passione e della storia, fatto di volti ignoti e storie senza tempo, da conservare gelosamente e con amore per consegnarle con rispetto alle future generazioni. Elencati in ordine non cronologico, ecco alcuni dei mestieri più antichi della Valnerina.
Il carbonaio
Il mestiere del carbonaio, particolarmente diffuso fino alle metà del XX secolo, consisteva nel trasformare la legna in carbone, secolare risorsa della Valnerina e fonte strategica di energia in un’economia prevalentemente autarchica. Il carbone – scrive Properzio Nervo, profondo conoscitore delle tradizioni umbre – veniva utilizzato dai ferrai per alimentare la forgia, dai sarti per i ferri da stiro, dalle donne per cucinare e venduto ai commercianti affinché venisse “distribuito” in loco. Numerosi carbonai giunti in Umbria da altre regioni – soprattutto da Marche, Toscana e Veneto – esercitavano questa attività nei boschi della Valnerina, particolarmente ricchi di legname. Mestiere duro quello de lu carbonaru, costretto a stare per lunghi periodi lontano da casa: infatti, doveva provvedere, giorno e notte alla costruzione delle carbonaie, all’accensione, al controllo della combustione, allo spegnimento ed al trasporto del carbone.

Il canapaio
Il canaparu (o stoppacciauro) era un operaio addetto alla lavorazione della canapa, la cui coltivazione si diffuse in Valnerina sin dal Medioevo. In questo angolo di Umbria, nonostante l’oblio della memoria, è tuttora utilizzato il termine “canapine” , con il quale si fa riferimento ai terreni destinati alla coltivazione della canapa. La tessitura, eseguita perlopiù dalle donne in ambito familiare, ha rappresentato per secoli un’attività integrativa e complementare rispetto ai lavori agricoli tradizionali. La coltivazione della canapa, soppressa in Italia dopo la fine dell’ultimo conflitto mondiale, fu reintrodotta in Valnerina, più precisamente a Monteleone di Spoleto, nel lontano 1998. Quattro anni dopo un provvedimento governativo ne ha legalizzato nuovamente la lavorazione. Nello stesso periodo l’antropologa Glenda Giampaoli, raccogliendo la proposta delle istituzioni, è divenuta artefice della rinascita dell’antica civiltà tessile della Valnerina. Il lodevole impegno dell’antropologa folignate si è tradotto nell’allestimento del Museo della Canapa, unico in Umbria ed uno dei primi in Italia per anzianità di servizio. Tale iniziativa museale si propone di recuperare e trasmettere competenze tradizionali nella loro valenza storica e tecnico – scientifica, diversificando e modernizzando gli usi della canapa con proposte innovative anche in campo enogastronomico.

Il casaro
Il mestiere del pastore è rimasto iconograficamente immutato nei millenni, come dimostrano le scene della Natività del Cristo o le rappresentazioni pittoriche custodite nei santuari della Valnerina. Formaggi stagionati e freschi, latticini di capra e ricotte sono componenti importanti del patrimonio gastronomico locale. Profondamente correlato alla pastorizia è il fenomeno storico della transumanza, che ha profondamente mutato l’aspetto del territorio tanto nella sua variante gastronomica quanto nella sua dimensione paesaggistica. La Valnerina, forte della sua posizione centrale, è ancora oggi attraversata da quelle antiche vie un tempo percorse da pastori ed armenti, divenute oggi palestra ideale per gli amanti del trekking e della mountain bike. Lo sviluppo della motorizzazione ed il conseguente trasporto delle greggi su autoveicoli hanno determinato la scomparsa del fenomeno della transumanza, rimasto vivo solamente nella memoria dei più anziani.

Il rasparo
Come suggerisce il nome, con il termine rasparo si indica l’artigiano specializzato nella lavorazione di lime e raspe. La fabbricazione artigianale di questi utensili, tramandata a partire dal Cinquecento, è stata ed è tuttora una peculiarità del piccolo borgo di Villa Magina, situato a pochi km da Sellano. La tradizione vuole che i frati di S. Croce di Sterpare e d S. Nicolò di Acquapremula, per sollevare gli abitanti del sellanese dalle condizioni di assoluta povertà in cui vivevano, li istruirono nell’arte della lavorazione del ferro per ricavarne lime e raspe. Nel 1945, in questa località della Valnerina, fu fondata una rinomata cooperativa che si occupava della lavorazione, della vendita e della distribuzione di questi utensili. Per comprendere realmente l’importanza della scuola artigianale di Villa Magina, basti pensare che la maestria degli artigiani locali divenne ben presto nota in tutta Europa.

Il cavatore
Sin dal medioevo, per il suo notevole pregio gastronomico, il tartufo è stato oggetto di norme statutarie piuttosto restrittive finalizzate alla tutela del prezioso tubero. Tali norme ne riservavano la raccolta a mestieranti specializzati nella caccia al tartufo, i cosiddetti tartufai o cavatori. Norme recenti, ispirate a criteri liberisti e lontani da ogni forma di protezionismo, hanno determinato un progressivo impoverimento del sottosuolo, a cui si sopperisce con la coltivazione artigianale di piante tartufigene. In passato per la ricerca dei gustosi tartufi veniva utilizzato un esemplare di suino femmina, il cui utilizzo è stato progressivamente sostituito dallo scodinzolare festoso del cane. Condotte al guinzaglio dal cavatore, le scrofe erano in grado di individuare un tartufo anche tre metri sotto terra poichè fortemente attratte dall’essenza aromatica del tubero, somigliante all’odore degli ormoni sessuali prodotti dal maiale maschio.

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