Nei mesi autunnali e fino all’inizio dell’inverno, prima del gelo e della neve, in Valnerina si cuocevano le pietre da far calce. Per approntare la fornace dalla quale si sarebbe ricavata la calce – cargara in dialetto – si iniziava con lo spianare il terreno affinché risultasse pianeggiante. Al centro dell’area, si apriva una buca nel terreno con un diametro variabile, fra due e tre metri, profonda un metro e mezzo circa. Sul fondo della buca, al centro, si scavava una cavità più profonda, detta “catino”, destinata a raccogliere la cenere della combustione. Riempita la buca di fascine e legna, si costruiva al disopra di essa una volta chiamata “a muro morto” utilizzando le pietre calcaree e lasciando un condotto che serviva sia per l’areazione, sia per rifornire di combustibile la fornace.
Sulla sommità della volta, veniva collocata, verticalmente, una pietra oblunga detta “lu frate” utilizzata per conoscere il grado di cottura delle pietre: quando “lu frate” assumeva un colore bianco pure e s’inclinava, o cadeva, la cottura era ultimata.Per tutto il periodo necessario, un gruppo incaricato di sorvegliare la cottura e, soprattutto di alimentare la “cargara”,restava sul posto. Quando le pietre erano cotte, si facevano cadere nella buca e si bagnavano con l’acqua continuando ad idratarle a completo disfacimento. Prima di appiccare il fuoco alla fornace, si recitava un’invocazione Santa Eurosia che recitava così: “Santa Eurosia la zeppa bruci e la pietra se còcia.”Quando si portava da mangiare ai lavoratori impegnati a costruire la fornace, o a sorvegliare la cottura delle pietre, la fanciulla più giovane era incaricata di portare il canestro col dolce, tradizionalmente adornato con fiocchi variopinti. Tra i diversi colori, non mancava mai il rosso, antidoto al malocchio ed all’invidia. Alle ragazze ed alle donne con le mestruazioni in atto era fatto rigoroso divieto di avvicinarsi alla fornace da calce, pena la cattiva riuscita dell’opera.
Invece nel periodo primaverile e fino all’autunno, in Valnerina si preparavano le carbonaie in cui si trasformava il legno in carbone. Quella della costruzione e della gestione della “carbonara” era un’arte difficile che richiedeva una consumata perizia, pena la perdita del lavoro. Si iniziava con lo spianare il terreno in modo da ricavare una piazzola pianeggiante. Al centro dell’area, si costruiva la “castellina” : una sorta di torre a pianta quadrata, ottenuta sovrapponendo tronchi di mediane dimensioni in modo da lasciare uno spazio libero al centro della torre che serviva per l’ossigenazione. Tutt’attorno alla torre centrale, disposta quasi verticalmente, era sistemata la legna destinata alla cottura, iniziando con i tronchetti e proseguendo, man mano che si allontanava dal centro, con rami e frasche sistemati in modo da ottenere un profilo collinare. Verso l’esterno, contro le fascine, si ammucchiavano sterpaglia minuta e foglie secche. Attorno alla legna si sistemava uno strato di terra avendo cura di disporre, alla base della catasta, zolle erbose sistemate in modo da lasciare libere delle aperture che consentivano di ossigenare la combustione. Le zolle, durante la cottura, venivano spostate a seconda delle esigenze. Non appena il processo di combustione era iniziato, si chiudeva il camino centrale lasciando aperti gli interstizi alla base della catasta, oppure chiudendone qualcuno, o aprendone altri a seconda della velocità della combustione o della direzione del vento. Sorvegliare la cottura era certamente la parte più difficile di tutta l’operazione: se la legna si fosse incendiata, il lavoro sarebbe andato irrimediabilmente perduto. La combustione, condotta in un regime di ossido-riduzione, doveva essere lenta e costante. In tutto questo tempo, la squadra addetta al lavoro restava sul posto avvicendandosi nella veglia e nel riposo, giorno e notte, fino a cottura ultimata. Le carbonaie più grandi producevano fino a 300 quintali di carboni.
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