Nell’ambito di una rilevante ricerca antropologica condotta riguardo gli antichi costumi della Valnerina, alla domanda di routine che fu avanzata ad un’anziana allevatrice di Fogliano circa l’esistenza delle streghe la risposta fornita fu piuttosto eloquente rispetto ad un quesito avvertito come inopportuno. Sebbene, generalmente, l’identità della strega sia incerta, fermo restando trattarsi di una donna dedita al male, della sdrega, in alcuni casi si conosce persino il nome, come a Castel San Felice, dove gli abitanti del villaggio ricordano nomi sinistri uditi nelle storie raccontate dagli avi: “La Madalena“, “La Menecaccia“. In nessun caso, nonostante sia capace di rendersi incorporea o di assumere forme animali, la sdrega è pura entità fantasmatica, uno spirito errante: la sdrega è una donna in carne ed ossa, ha un nome, uno stato civile, una residenza nota. E’ una donna come le altre, ma possiede poteri che le sue consimili non posseggono.

Il Piano delle Melette, situato nelle immediate vicinanze di Castel San Felice, offre a chi sceglie questo angolo di Umbria una visione molto suggestiva, coerente con il mistero che da sempre avvolge la Valle del Nera.
In alcune zone della Valnerina, si credeva che certe donne diventassero streghe in seguito ad un contagio, un influsso proveniente da un’altra strega. A Piediripa, ad esempio, si riteneva che si trattasse di una vera e propria “mmalatia”, responsabile fra l’altro delle trasformazioni della strega, la quale poteva essere curata mediante l’effusione del sangue, anche se limitata a poche gocce soltanto, purché la ferita fosse inferta col ferro.

Piediripa, scorcio panoramico.
A Castelluccio di Norcia, dove prima che venisse svenduta per un piatto di lenticchie ai deltaplanisti ed ai turisti esoterici, la tradizione si era conservata abbastanza integra: si narrava che le streghe non potessero morire se non fossero state toccate da qualche donna alla quale trasmettere il loro arcano potere. Non a caso in Valnerina l’oscura e temuta presenza delle streghe, fino a tempi abbastanza recedenti, incombeva sul vivere quotidiano a tal punto che, nella coscienza di alcuni anziani, il leggendario ed il reale si confondevano in una percezione magica della realtà.

Castelluccio di Norcia, foto d’epoca.
Le sdreghe che abitavano la Valnerina, secondo la tradizione, erano figlie della notte: sole nel buio si trovavano a loro agio e rafforzavano in assenza del sole gli oscuri poteri esoterici di cui si erano macchiate. Il canto del gallo, araldo dell’aurora, feriva la malefica donna costringendola a rientrare nel corpo dal quale s’era separata per aggirarsi invisibilmente, come ombra tra le ombre. Sorpresa dal sole, la temuta regina della notte, signora degli incubi che funestavano l’onesto sonno della gente del campo, tornava ad essere una fragile donna, sprovvista di oscuri poteri e di veste, goffa nella sua senile nudità, esposta al ludibrio dei mattinieri che dal borgo s’avviavano verso i pascoli.

Da sempre. la Valnerina evoca nell’animo di chi la osserva un fascino arcano che, spiegherebbe, le antiche origini dei culti esoterici che da sempre influenzano le tematiche magico e religiose del territorio.
In Valnerina, nell’universo notturno delle streghe vi sono dei luoghi specialmente prediletti per lo svolgimento di tetri rituali esoterici. Tra di essi alcuni alberi annosi: noci o querce. Alberi non scelti a casa dalla tradizione campagnola. Non a caso vi è un’arcana relazione fra l’albero del noce e la dea Diana. Prima che il culto della dea consacrata alla caccia si diffondesse nel mondo classico, esisteva una divinità dalle sembianze femminili, Kar, che diede il nome alla regione della Caria. Esiodo attribui a quest’ultima l’appellativo di sorella di Thanatos, in virtù della malvagità con cui interagiva a contatto con il mondo fenomenico. Sue figlie, o suo manifestazioni erano le Keres, dee del destino, raffigurate come mostri alati dai lunghi denti e dalle grinfie adunche poi successivamente idolatrate nella regione della Caria attraverso statue femminili ricavate, per l’appunto dal legno del noce.

Un monumentale albero di noce assopito tra i silenzi della Valnerina.
L’affinità della quercia con le streghe, invece, si fonda sul prestigio mitico di quest’albero sacro a Giove, come lo era a Zeus, consacrato alle antiche divinità della folgore e fatto oggetto di una successiva demonizzazione. La relazione esistente attualmente tra il gigante dei boschi e le oscure presenze della Valnerina si spiega soprattutto in funzione dei geni tutelari a cui, nel mondo pagano, era affidata la protezione del sacro legno: le Driadi, ninfe silvestri che la tradizione iconografica classica raffigura come divinità arabescate come un tronco d’albero. Successivamente il processo di demonizzazione cui furono sottoposti i simboli religiosi del mondo classico ad opera della nuova religione finì col regalare il simbolismo della quercia alla dimensione esoterica delle oscure figure che abitano,e forse abitano ancora oggi, la Valnerina.

A Nottoria, nel cuore della Piana di Santa Scolastica, sorge una monumentale quercia intorno alla quale, secondo la tradizione, danzavano streghe e creature della notte.
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