Sotto la nomenclatura popolare di “giaggiolo” sono compresi molteplici vegetali perenni appartenenti alla famiglia delle Iridacee, tutti provvisti di foglie ensiformi. Tra di essi vi è la Iris Germanica, tipica delle regioni mediterranee, particolarmente apprezzata per i fiori vistosi e vellutati che esibisce orgogliosamente nel mese di Maggio. Il rizoma carnoso delle iridacee, di cui fa parte il giglio fiorentino, se essiccato e ridotto in polvere, fornisce l’ireos: una polvere usata in profumeria ed in medicina. Secondo la tradizione, le dame rinascimentali usavano tenere sul comodino una scatoletta contenente polvere di giglio che annusavano, come si fa col tabacco, poiché si riteneva che il profumo dell’Iride permettesse ai sogni d’imprimersi nella memoria.

Valnerina che vai…usanza che trovi!
La ricorrenza della Inventio Crucis, fissata per il 3 di Maggio ed intimamente connessa alla fioritura dell’iride, commemora il rinvenimento della Santa Croce: in Valnerina, per l’occasione, si eseguiva una speciale liturgia durante la quale avveniva la benedizione di piccole croci fatte di rami, successivamente collocate in corrispondenza dei terreni seminati a frumento. Giunto il momento delle trebbiatura, dopo essere giunti nel luogo in cui era stata piantata, si usava “fare la carità alla croce“, ornandola con spighe di frumento e fiori di iride. Con questo gesto il contadino intendeva ringraziare la croce per il servizio prestato a difesa del campo. Così ornata, l’icona veniva issata su mannelli di grano, poi sui covoni e, in seguito alla trebbiatura, era piantata sulla sommità del pagliaio per preservarlo dei fulmini. L’iride, che fiorisce in tutta la sua bellezza a primavera inoltrata, è associata – nelle antiche tradizioni locali – al regno dei morti: nello sfolgorare della primavera, i violacei fiori di questa pianta ci ricordano che, nel ciclico rinnovamento della natura, la vita sa rinascere tenacemente da quel mistero occulto che siamo soliti chiamare morte. Per queste sue valenze simboliche, l’iride può essere annoverata tra le piante simbolo dell’eterno ritorno.

Tra spiritualità e memoria popolare
In alcune località della Valnerina, l’incarico di piantare la croce nei campi veniva affidato alle ragazze. Per comprendere il significato di questo costume, occorre tener presente il ruolo della verginità nelle tradizioni contadine, la quale concepiva la castità come condizione preferenziale per porgere a Dio le suppliche da parte della famiglia. Tra le antiche usanze concernenti la croce posta nei campi, è doveroso menzionarne una, sopravvissuta solo nel ricordo: sino alla fine dell’Ottocento, il giorno della Inventio Crucis si usava ripetere per 365 volte la giaculatoria “Gesù mio, misericordia”. Seguendo il costume degli avi, si faceva ciò per ottenere la grazia di morire senza sofferenze.

Dall’Umbria all’America latina
Il nome iris deriva, verosimilmente, dal culto della dea Iride, messaggera degli dei e divinità dell’arcobaleno. Non bisogna però farsi trarre in inganno dall’associazione che lega la bella fanciulla ai colori sgargianti dell’arcobaleno: generalmente la comparsa di Iride preannuncia eventi funesti. A tale proposito, il poeta Virgilio – nel passo dell’Eneide dedicato alla morte di Didone – narra che la divinità comparve sulla terra per eseguire un ordine fatale: accelerare la dipartita della regina che, per sfuggire alle pene d’amore, s’era trafitta con un maldestro colpo di spada. Dalla Grecia a Roma e da Roma alle province dell’impero, la relazione tra la pianta dell’iride e la morte si è diffusa ovunque e, dalla Spagna, è giunta sino alle Americhe. In Perù, infatti, le tombe dei morti vengono ornate con fiori di iride mentre, in Cile, di una persona che presenta un aspetto malaticcio, si usa dire: “tiene olor a gladiolo“, vale a dire “profuma di gladiolo”, (altro nome con cui l’iride è conosciuta in botanica).
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