Tra spiritualità e mistero
Nell’universo tradizionale dell’agricoltore umbro, i cippi di confine – “li tèrmini” – costituivano un elemento sacrale che esigeva il massimo rispetto. I tabù ed i divieti concernenti l’impossibilità di rimuovere i cippi di confine, o di spostarli, non erano volti soltanto alla salvaguardia della proprietà materiale. Si credeva, infatti, che “li termini” traducessero in pratica antichissime concezioni di natura magico – religiosa secondo le quali, a protezione dei confini, erano preposte divinità tutelari. Un’antica iscrizione romana, scolpita su un cippo di confine rinvenuto in Valnerina, avvertiva: <<Quisquis hoc sustulerit aut iusserit ultimus suorum moriatur. >>(chiunque abbia spostato codesto o ne avrà ordinata la rimozione, possa morire dopo che tutti i suoi cari siano morti).

Cosa accadeva a chi violava “li termini”?
A Monteleone di Spoleto, quando l’agonia del morente si prolungava in maniera anomala, si pensava che il malcapitato non avesse rispettato i cippi di confine: conseguentemente, per affrettarne la morte, si usava porre un mattone sotto il cuscino del moribondo. In località Casali di Sant’Antonio invece – quando si sospettava che l’agonizzante si fosse macchiato di tale colpa – per accelerarne il decesso si usava mettere sotto il letto le pinchette, ossia i cocci di coppo che, secondo un’antica tradizione, erano disposti sotto i cippi di confine. Nella medesima località, per rendere più breve e meno penosa l’agonia, la persona che era stata “derubata” del terreno doveva recarsi al cospetto dell’agonizzante e concedere lui il proprio perdono. Nel collocare un termine la tradizione imponeva che due confinanti spezzassero un coppo: in tal modo i due pezzi – detti “testimoni” – potevano combaciare soltanto tra di loro. Questo era il segno inconfondibile dell’autenticità del cippo e dell’accordo in virtù del quale era stato eretto.

Dall’Antica Roma alla Valnerina
Le credenze popolari umbre riguardanti i cippi di confine affondano le loro radici nel pensiero magico e religioso dell’Italia antica. Una legge, che la tradizione romana attribuiva a re Numa, dichiarava sacer – soggetto alla pubblica vendetta – colui che, arando i suoi campi, avesse spostato o rimosso i cippi di demarcazione. Quest’ultimi, nel mondo romano, erano posti sotto la tutela del dio Terminus, garante dell’inviolabilità dei confini. Lo stesso Numa, il primo che provvide a delimitare i confini dell suolo romani, unì il culto tributato a Terminus a quello in onore della dea Fides, protettrice della parola data e degli accordi. Gli antichi riti i romani – che accompagnano la collocazione dei cippi – presentano un elemento comparabile con le usanze alle quali abbiamo accennato all’interno primo paragrafo: nel celebrare il dio Terminus, su di un rustico altare, i proprietari dei terreni limitrofi accendevano un fuoco utilizzando, come esca, un carbone prelevato dal focolare domestico. La presenza di un elemento appartenente alla casa, nei rituale di consacrazione dei cippi di confine, si spiega in un ambito concettuale simile a quello che prevede, nella tradizione rurale, la presenza di due pezzi di tegola – provenienti dal tetto domestico – da porre ai lati del cippo. Come il focolare, il tetto è un elemento rappresentativo dell’abitazione domestica: difatti, “tetto” e “focolare” sono usati ancora oggi come sinonimo di “casa”. La presenza di tegole sotterrate alla base del cippo estende la sacralità dello spazio domestico e, allo stesso tempo, dichiara l’appartenenza di quello spazio alla famiglia cui appartiene anche la casa.

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