Sotto il nome di “medicina domestica” raggruppiamo una serie di pratiche terapeutiche che non prevedevano l’intervento di un operatore specializzato, ma erano delegate soprattutto a donne anziane appartenenti al nucleo famigliare le quali conservavano e tramandavano conoscenze empiriche di una “medicina minore”, basata sull’uso di elementi fitoterapici derivati dalla natura. Anche nella medicina domestica, come nelle pratiche “specialistiche” di quella tradizionale, l’elemento magico s’affianca alla conoscenza empirica della farmacologia vegetale ed animale. Il magico è parte integrante d’una teoria medica in cui naturale e para-naturale costituiscono poli sinergici dalla cui azione combinata deriva l’effetto terapeutico.
La cura degli occhi
Un’invocazione popolare chiede a Dio di conservare il bene prezioso della vista assieme alla memoria sino al momento della morte: “Luce e memoria, fino all’eterna gloria”. Per l’infiammazione degli occhi – “l’occhi rosci” – si usava legare alle tempie un piccolo involto di tela contenente del lievito da pane: si credeva che il lievito “attirasse” l’infezione. Il termine “infezione” è certamente moderno ed ha sostituito un concetto più antico secondo il quale l’arrossamento sono interpretabili come risultato d’una concentrazione abnorme di sangue. La protettrice della vista era Santa Lucia, vergine e martire, alla quale si rivolgevano ferventi preghiere per impetrare la guarigione. “Santa Lucia, Santa Lucia, passa ‘ntorno a casa mia: co’ ‘nmazzo de finocchi puliscime bene l’occhi“. Nella formula citata, usata a Scheggino, la santa protettrice della vista è invitata a compiere due operazioni: passare intorno alla casa della persona che l’invoca tenendo in mano un mazzo di finocchi e pulire gli occhi del malato usando il mazzo stesso. La prima delle due operazioni è apotropaica: il passaggio della santa martire racchiude la casa dentro una barriera protettiva che impedisce alle forze negative di oltrepassarla. Il finocchio, dal canto suo, oltre al potere propriamente farmacologico, svolge una parallela funzione apotropaica.

L’orzolo
A Preci, tra le cause che producono l’orzaiolo (orzolo), la tradizione rurale attualmente ne ricorda soltanto una: l’orzaiolo sarebbe prodotto dallo sguardo di una donna incinta alla quale è stata negata la soddisfazione di un desiderio. Per la cura dell'”orzolo” sono impiegati tre metodi principali: il primo, fondato sulla teoria dello spostamento del male dal paziente ad un altra persona, consisteva nell’andare a bussare alla porta di una donna che stesse allattando e nel fuggir via senza essere visti. E’ probabile che la donna, durante l’allattamento, fosse ritenuta immune da quell’affezione ma che, allo stesso tempo, attirasse a sé l’agente patogeno responsabile della sua insorgenza. Il secondo consisteva nello spostare il male su alcuni chicchi di frumento con i quali l’operatrice tocca le palpebre del paziente. Il terzo metodo, infine, faceva riferimento ad un peculiare rito terapeutico che mimava l’atto di cucire le palpebre del malato usando un ago ed una gugliata di filo. Contemporaneamente, come parte integrante del procedimento, l’operatrice mormorava alcune formule, che un tempo dovevano restare segrete pena la perdita della loro efficacia.

L’olio ferrato e le candele di San Biagio
Per la cura del mal di gola, oltre ai gargarismi con acqua, aceto e sale, si usava avvolgere attorno al collo, lasciandovela per tutta la notte, una pezza di tela contenente della “semola”, ossia crusca, previamente scaldata. Per la cura del mal di gola si usava ungere la parte con “olio ferrato”. Per preparare questo rimedio utilizzato in molte ricette della medicina casalinga, in un recipiente contenente olio d’oliva venivano immersi dei ferri incandescenti lasciandoveli fino a quando l’olio stesse per bollire. Il metodo più diffuso utilizzava la triplice immersione di uno dei ferri del camino. In alcune zone dell’Appennino, invece, uno dei essi doveva essere di quelli usati per ferrare gli asini, uno per ferrare i bovini da tiro ed altri dovevano provenire dal focolare domestico. Un altro rimedio utilizzato per la cure delle affezioni del cavo orofaringeo ricorreva alle candeline benedette in occasione della festa di San Biagio, il tre febbraio. Il santo in questione, vescovo di Sebaste in Cappadocia, subì il martirio nel 316, durante la persecuzione di Licinio. Secondo l’antica leggenda, avrebbe salvato la vita ad un bimbo che stava per morire soffocato per aver ingerito una lisca. Il giorno della sua festa, il sacerdote impone sulla gola dei fedeli due candeline benedette chiedendo al santo di preservarli dai mali alla gola.

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